La finestra è solo una lastra di vetro murata

Still del video
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Statement

IT

Le immagini di un bambino che varca la soglia di casa per il suo primo giorno di scuola a Teheran sembrano appartenere a un passato lontano. Girate dai suoi genitori con l’intento di documentare un momento di crescita, oggi, a distanza di anni, assumono un significato ben diverso. Quel bambino è ora un adulto che ha lasciato l’Iran da tempo, così come la sua famiglia. Eppure, per quanto quel mondo possa sembrare distante, il suo segno è indelebile. L’artista ha vissuto sulla propria pelle la macchina repressiva del regime e, ripescando queste immagini dall’archivio familiare, le trasforma in un atto di denuncia.
La sua voce accompagna il video leggendo alcuni passaggi de Il processo di Franz Kafka, un romanzo in cui la colpa è un destino ineluttabile, un marchio impresso senza spiegazioni. Nel libro, il protagonista, K., cerca disperatamente di comprendere le ragioni della propria condanna e si affida a un pittore che sostiene di avere accesso ai giudici. Ma ogni via d’uscita si rivela un’illusione: l’assoluzione vera è impossibile, quella apparente è ingannevole, il rinvio è solo un prolungamento della condanna. Il sistema si autoalimenta, rendendo ogni individuo colpevole a prescindere.
Nel montaggio del video, le parole di Kafka emergono in momenti precisi, amplificando il senso di intrappolamento. L’artista sovrappone la propria voce alle immagini di sé bambino, sottolineando la brutalità di un regime che assegna una colpa fin dall’infanzia, che trasforma l’educazione nel primo passo verso il controllo, che non concede vie di fuga.
L’opera riflette il destino di chi, come lui, ha lasciato il proprio paese ma continua a portarne i segni. Anche lontano, la libertà non è mai assoluta: altri meccanismi sociali ed esistenziali lo tengono sospeso in un limbo, in un perpetuo stato di “rinvio”. Il video diventa così una riflessione sulla condizione di chi vive tra due mondi, sulla memoria che si trasforma in testimonianza e sulla libertà, sempre promessa ma mai realmente concessa.

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EN

A grainy home video shows a young boy on his first day of school in Tehran. Filmed by his father to preserve a moment of growth, the footage now carries a different charge. Over these domestic images, the artist, who is also the child, reads aloud from Franz Kafka’s The Trial: the scene in which the painter Titorelli explains to Josef K. the three available forms of acquittal, none of which leads to genuine freedom. The collision between image and text is the work’s central mechanism. What appears on screen as a tender family document is reframed, through Kafka’s language, as a portrait of a system: the roll call, the rows of boys sorted, the ritual recitation of religious and political words not yet understood. Education emerges not as a passage into knowledge but as the first act of a lifelong process of the regime’s assignment of roles, of guilt, of belonging. Bagherzadeh left Iran with his family and has since lived between cultures, languages, and legal categories. The film also positions migration not as rupture but as a continuation of the same suspended condition Kafka describes: neither acquitted nor condemned, but deferred. Distance from one’s birthplace offers no resolution, only a different form of enclosure, and the persistent question of who one might have become outside the lines drawn before one could read them. At its core, the work asks whether childhood can be innocent when the structures surrounding it are not, and what it means, decades later, to look back at a self that did not yet know it was being shaped.